Antonio Atza

È uno dei protagonisti dell’arte visiva sarda della seconda metà del secolo XX. La sua infanzia e adolescenza sono trascorse a Bosa, cittadina che ne ha forgiato il carattere, imprimendo sulla sua formazione segni indelebili, tutti perfettamente rintracciabili nella sua opera e via via rielaborati nei differenti periodi. La città sul fiume, ch’egli riconosce quale “madre per nutrizione” (l’immagine di Bosa è sempre associata al cibo o ai fiori, metafora di crescita come mostra la raffaellesca Madonna della Seggiola, rivisitata da Atza che ne sostituisce il figlio con le rose), gli ha innanzitutto trasmesso il sentimento della nostalgia, dolce e dolorosa immersione nell’acqua, nel mare, elemento simbolico per eccellenza caratterizzato da due livelli fondamentali.

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Sotto è l’azzurrità infinita, il sogno, l’inconscio di volta in volta rassicurante o vuoto, animato o immobile, colorato o monocromo, che Atza ha ossessivamente rappresentato nel ciclo delle Sabbie; nelle scogliere verdazzurre di Cane malu: i Blues; nelle sospensioni filamentose del plancton, nei bagliori madreperlacei delle secrezioni preziose, nella inquietante bellezza delle corazze degli abitanti marini. Sopra è la veglia, la realtà (criticata e malvista da Atza perché pura apparenza) dove tutto diviene ricordo, dolore per le cose amate e perdute o impossibili, come negli Aquiloni, costruiti con “gabbie” di fili.