Daniele Montis

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Potrei dire che i paesaggi che ci presenta nelle mostre, sono frutto di fattori diversi in cui prevale una certa combinazione onirica dove il risultato cromatico non si nutre dello spessore del colore, ma da questi pretende eleganza e levità di tono, quasi che il discorso figurativo possa divenire discorso immaginario, travalicando tempo, cose e spazi anziché tradurli in realtà oggettive. Daniele Montis esprime il sentimento genuino dell’essere nelle immagini e riesce a trasmigrare volando la stessa staticità della tavola dipinta, senza stupori, ai confini del tempo, operato da inesprimibili colori d’arcobaleno, quasi annuncio di quiete dopo il turbinio dei sentimenti. Così dalle cromie egli fa emergere storie di tempi perduti dove i personaggi sfumano lontano in una prospettiva quasi rovesciata: la donna, l’uomo in lunghe vesti, avviati in un misterioso cammino. All’interno dello spazio pittorico di Daniele Montis c’è sempre un disegno oltre l’orizzonte del visibile, in un infinito procedere iconografico, ricco per sé, anche se non sempre percepibile con immediatezza. Questa pittura è infatti come un grande scenario in cui si propongono rinascimenti barocchi all’immaginazione cromatica, mai lasciata in pura libertà, ma continuamente guidata negli spazi di una significazione solo vagamente riducibile al realismo delle cose.

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Osservando i quadri di Daniele Montis, si percepisce più che la realtà stessa una sorta di trascrizione delle cose e si scoprono ascendenze vagamente nordiche temperate dall’atmosfera mediterranea, a tradurre la tiepida freddezza della visione con la corposità della materia realizzata, amalgama e sviluppo di forme, che sembrano avvolte richiamare le illustrazioni della Commedia di Dante o del Paradiso di Milton; viaggio di immaginazione, insomma, cui non è aliena una tentazione illustrativa o fiabesca. Ma per non fermarsi a questa tentazione, del resto molto sfumata, mi pare siano da rimarcare in Daniele Montis le prospettive che oscillano dai paradisi perduti alle atmosfere tempestose, immenso teatro della coscienza e della tragica vicenda umana, lontana referenza in sintonia con una realtà diversa o soltanto immaginata. La fantasia è certo un requisito essenziale della pittura dell’artista e forse la sua assidua fatica vuol tradurre proprio i pensieri misteriosi che si annidano nel cuore dell’uomo, reconditi o stranieri alla realtà del mondo, ma pur radicati alla vita di ogni giorno.

Marco Antonio Aimo